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(This is an illustration called ” Cybernetic Implants in the Deep Night of my Humanity” that i made for one of my poems. I hope you dig it! :) )illustrazione poesia TAGLIATA nera

Parte prima: Gli ingranaggi che credevano di poter svegliare la Notte

Sono stato svegliato dall’implosione notturna del mio cuore,

ovviamente lo stronzetto non è imploso veramente,

è solo uno squallido trucco che ogni notte mi fa per ricordarmi di essere al mondo.

Cerca di farmi riacquistare quell’attaccamento alla realtà che provo a perdere quotidianamente con clisteri cerebrali di:

film, libri, articoli di fisica sulla sovrapposizione quantistica di universi,

con viaggi abusivi in caffè universitari,

dove mi perdo fra autostrade di capelli castani,

abbagliato dalla sospensione dei riflessi dorati che emanano quando colpiti da costellazioni di luci ad incandescenza da 20 watt.

 

Ormai non riuscirò più addormentarmi,

quel crumiro irriconoscente del mio cuore batte ancora all’impazzata,

in più nell’oscurità si é creata un’atmosfera piuttosto piacevole;

il bagliore elettrico della Luna si è infiltrato nella stanza come un ninja,

strisciando dolcemente sulle pareti e sui contorni fino ad allora bidimensionali del mio corpo.

Mi alzo e seguo il sentiero bluastro del raggio traente sino alla finestra.

 

Edifici bohémiens si alzano timidamente verso il cielo,

disturbati dall’interferenza di una tormenta di un bianco candido:

sta nevicando.

Fuori si vedono i tetti delle case cercare di scrollarsi di dosso la neve,

mentre il fumo grigiastro che esce dai caminetti ci gioca divertito,

felice di avere trovato finalmente qualcuno a fargli compagnia.

Osservo la cascata dei fiocchi oscillare lentamente verso il suolo.

Hanno tutti una loro indipendenza, una loro traiettoria,

che rivendicano saldamente respingendo l’arancione espanso proveniente dai lampioni,

creando così una proiezione straordinaria dei loro stati di aggregazione,

in cui io intravedo cunicoli molecolari per quei mondi segreti e frenetici che fanno da colonna portante alla nostra illusione di esistenza.

 

In sottofondo noto il paesaggio sciogliersi, per trasformarsi in magia in subappalto;

mi fa tremendamente male la testa,

come se qualcosa di oscuro, da sempre incatenato nelle catacombe della mia mente, stesse improvvisamente cercando di emergere in superficie;

forse dovrei scrivere qualcosa, forse dovrei finalmente spegnere l’erogatore perpetuo del mio masochismo,

 

ma come al solito ho troppa paura.

 

 

 

Parte seconda: Avete mai visitato il backstage polveroso della nostra illusione?

La scrivania brilla di una luce innaturale e bellissima,

tranciata a metà da due diverse condensazioni della realtà.

La mia mano attraversa la striscia di luce lunare che ne delinea il confine per raggiungere il computer;

la vedo tremare quieta, affetta da quella tipica distorsione ondulatoria che si ottiene quando si immerge qualcosa sott’acqua.

Accendo il portatile,

lui allegramente mi saluta con un caloroso boot standardizzato:

i computer non sanno mai trattare con tatto la malinconia di una notte.

Mi siedo sullo sgabello scomodissimo che ho comprato per ricordarmi che il lavoro, qualunque esso sia, nobilita solo deformazioni alla spina dorsale.

Poi provo ad impormi di scrivere, ma una voce autoritaria e metallica mi dice:

“Arrenditi, accogli il Nulla: esso è liscio e immutabile.”

Sto per obbedire, perché sono un codardo, perché sono la marionetta autistica della mia solitudine.

Ma all’improvviso succede qualcosa:

una scissione, una separazione fra una parte oscura e nascosta della mia persona e il mio io cosciente.

 

Vedo espellere quella densa massa di tenebre dal mio corpo, esattamente come si spreme il dentifricio fuori dal tubetto,

essa è traslucida, viscida.

Lentamente la vedo assumere una struttura anatomica umana,

ma mi ci vuole un po’ a realizzare che in realtà sto osservando quella disgustosa aggregazione in prima persona, dal basso verso l’alto.

Quella sostanza amorfa, trasparente, quella putrida gelatina pestilenziale sono io.

 

Penso fra me e me, con una voce diversa, simile al rimbombo di un eco in una stanza vuota, ma che finalmente mi assomiglia:

“Era l’ora, non ne potevo più.”

 

Dalla mia nuova prospettiva osservo la parte del mio io ancora seduta alla scrivania.

Essa ovviamente ha rinunciato a scrivere qualcosa, e si appresta tranquillamente a guardare uno di quegli strambi porno giapponesi,

così, tanto per sentirsi in qualche modo produttiva credo.

 

Non so che fare di questa inaspettata libertà, ma la gravità della notte mi attira fuori, così prendo il cappotto ed esco fuori.

 

Uscito dal portone trovo dinanzi a me il paesaggio innevato: al tempo stesso familiare ed alienante.

Le strade, le case, la sincronia di colori delle finestre ancora illuminate, sono le stesse di sempre,

ma più sfocate e distorte, come se un’entità cosmica avesse preso questa zona di realtà e l’avesse shakerata con forza.

 

Nonostante siano le tre di notte la città è piuttosto affollata,

più che altro da traslucidi come me,

che vagano incuranti nel contrasto di ombre creato fra le tenebre e la coperta di neve che ormai avvolge ogni cosa.

Tutti sembrano (in)seguire un percorso prestabilito, come i fiocchi di neve,

e da questo strano angolo di universo posso scandagliare tutto l’insieme di infinite possibilità che percorriamo,

e da cui al tempo stesso siamo perennemente strappati via.

 

 

Parte terza: Quella porzione di tenebra che sa come accarezzarti durante una tempesta di neve

Mi insinuo nella profondità della città addormentata,

attorno a me vedo attorcigliarsi fra loro cataste di cunicoli di spazio-tempo mollicci,

scavati dalla sovrapposizione di trattorie di tutti gli individui che mi circondano/circondavano/circonderanno;

queste persone, anzi, queste ombre condensate, sembrano composte dalla totalità dei loro stati,

come se qualcuno avesse sovrapposto tutti i frame di ogni loro possibile esistenza in un singolo istante:

forse per essere qualcosa è necessario prima non essere niente.

 

Mi godo questa inaspettata sensazione di leggerezza,

e mi cullo e lascio trasportare dal flusso dei vicoli semi-disciolti dall’amalgama intermittente delle insegne dei negozi abbandonati.

Esse rendono l’asfalto in cui cammino di un’inconsistenza multicolore,

tanto che ho l’impressione di scivolare sull’eleganza di un’aurora boreale .

 

Uno di quei vecchi tram adesso si avvicina verso di me fischiando,

nelle sue finestre vedo sfrecciare via il riflesso dei palazzi che si abbracciano fra loro, presto sostituiti da una processione di visi affetti da una tristezza perlacea;

la porta a pressione vince la sua indecisione e alla fine si apre scattosa, liberando un piccolo sbuffo di aria compressa.

Da essa emerge una ragazza asiatica di un’eleganza conturbante;

viene indossata da un poncho beige, ed ha il viso semi-coperto da un vistoso cappello blu,

sotto il quale intravedo una piccola cicatrice a forma di stella all’altezza del sopracciglio destro.

Mi sfiora dolcemente la spalla con l’interminabile scia dei suoi capelli ondulati, come per invitarmi a seguirla,

 

ed io la seguo,

 

mentre l’odore del suo rossetto si imprime per sempre nel registro sconnesso dei miei desideri.

Raggiungiamo presto un angolo oscuro, illuminato solo dal rumore verdastro del fiume che scorre.

Lei si ferma su una ringhiera per osservare il riflesso irrequieto della Luna sull’acqua;

io cerco di avvicinarmi, ma prima di riuscire a toccarla scompare gradualmente, accompagnata dal rumore di passi invisibili.

 

Da sotto una mattonella sconnessa sento provenire una risatina acidula,

mi abbasso incuriosito, e trovo un piccolo topolino di campagna che si prende gioco di me all’interno dell’umida comodità della sua tana.

Ha un occhio di vetro, e indossa l’involucro usato di un sacchetto di patitine come mantello, brandendo la bacchetta usata di un fast-food cinese come alabarda;

si auto-definisce il cavaliere delle ombre, e mi chiede:

“A livello cosciente non si può essere liberi, non puoi provare o sapere tutto, di che colore hai detto che sono i tuoi occhi?”

Io sto per rispondergli che i topini impiccioni non sono mai piaciuti a nessuno, ma in me erutta un dolore intenso e liberatorio:

“Non ti vestire più di catene imposte da altri”.

 

Dopodiché mi sento risucchiare al ritroso, come se una forza misteriosa stesse riavvolgendo il nastro della mia vita, riallineando il mio io traslucido con il mio io corporeo.

 

Così mi trovo nuovamente seduto fra il chiaroscuro della mia scrivania davanti al computer,

metto subito in pausa il porno giapponese,

poi apro una nuova linea di testo e scrivo:

“Sono stato svegliato dall’implosione notturna del mio cuore…”

 

JaC

 

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