Pratica di assorbimento integrativo n.4242, beneficiario: soggetto //j46Xy (Parte 1°)

mantide-poesia-1

Tutto è pronto per l’Operazione,

ogni cosa,

dal sudore freddo che mi scorre esitante sulle tempie,

ai movimenti tettonici della strumentazione sparsa sul tavolo,

è sincronizzata dalla professionalità discreta dei dispositivi di monitoraggio,

che armonizzano la discrepanza dei miei stati d’animo con un sinusoide di bip alternati.

Gli schermi dei monitor si arrampicano sulle pareti,

sorretti da rampicanti di cavi elettrici,

da depositi spontanei di transistor,

che invadono la stanza,

formando una fitta e surreale vegetazione cyber-tropicale,

fatta di metallo, plastica e cariche statiche,

fra la quale scorrazzano furtive famiglie di strumenti chirurgici zoomorfi,

che illuminano blandamente l’ambiente con il bagliore passivo emanato dai i loro piccoli occhi rossastri,

mentre dispettosi rosicchiano i fili alla disperata ricerca di rame.

 

Nell’aria si distingue solo il ronzio mantrico delle luci al neon,

che fanno da meta spirituale per i goffi pellegrinaggi aggrovigliati di generazioni di bisturi ibridati a moscerini della frutta.

Controllato da un riflesso inaspettato ne catturo rapidamente uno.

Lo tengo stretto nella mia mano,

sincronizzandomi brevemente con le profonde vibrazioni emanate dalla sua voglia di rimanere in vita.

Sentendomi un po’ in colpa gli stacco entrambe le ali,

imprigionandolo dispoticamente al mio volere:

la chirurgia sa essere una pratica estremamente crudele.

Ora allungo il braccio sinistro per prendere controllo di una videocamera,

in un impeto di narcisismo la rivolgo verso di me,

così che una mandria di particelle burocrate velocemente scorrono in fila indiana lungo un autostrada super-conduttrice,

componendo su uno schermo poco lontano il mosaico speculare del mio riflesso.

Le grottesche proporzioni di quel mio doppelgangher digitale mi danno immediatamente la nausea,

ma resisto all’esigenza di rigettare,

e mi anestetizzo localmente l’anima con il ricordo fugace di come,

pietrificando il tuo profilo in controluce rispetto al sistema solare,

riuscivi a isolarti dal mondo.

Trattenendo il respiro pratico una delicata incisione all’altezza del mio sterno,

osservo il sangue uscire svogliatamente e disporsi lungo il mio corpo sotto forma di piccole radici coagulate;

prendo un divaricatore,

e allargo e stabilizzo il solco che mi sono autoinflitto nel petto,

aprendo per la prima volta i miei confini all’ambiente esterno.

Il sosia illusorio che ho davanti emula l’intero procedimento senza troppi problemi,

e mi fa notare la valvola arrugginita che prima si nascondeva sotto la mia pelle.

La studio brevemente:

brilla di un nero opaco,

ed è maculata da atolli di ruggine sparsi qua e la,

che comunque non impediscono di intravedere la sbiadita sequenza del numero di serie.

Applicandoci una certa forza riesco ad aprirla,

e un geyser di magma nero mi erutta feroce dal torace,

facendo calare una notte di pece su tutto ciò che mi circonda.

Quel liquido denso e pestilenziale ora scende cauto lungo i muri,

disegnando,

nella sua lenta inesorabilità,

le pitture rupestri del mio odio di vivere:

vedo il rimpianto stropicciato di una lettera d’amore intrisa di sudore e timidezza,

sento i calci e i pugni di una emarginazione adolescenziale,

respiro le costellazioni di vomito generate dal tentato suicidio di mio padre.

 

Persino il mio dolore non è troppo originale.

 

Premendo con le dita sull’apposito meccanismo a scatto riesco a liberarmi dei miei inutili tratti somatici,

omologandomi,

e tornando finalmente un template vergine di essere umano.

Grazie agli occhi che ho delicatamente appoggiato sul tavolino riesco a intravedere l’accampamento di una tribù di rasoi ben affilati,

rimettendoci quasi un dito ne prendo uno,

e mentre sbraita riflessi cromatici, per maledirmi, per ritrovare la libertà,

mi rado velocemente i capelli,

rivelando un codice a barre tatuato poco al di sopra dell’orecchio destro:

quella serie asimmetrica di sbarre ora è l’unica cosa che mi identifica in questo mondo.

Alla mia destra noto uno skyline altalenante di luci assortite,

provenienti da una console di controllo semi-senziente;

mi comunica, parlando binario con un accento piuttosto bizzarro,

come continuare la procedura di “Perfezionamento Integrativo”.

Trasformando il traffico intermittente dei colori sulla tastiera in alluvioni di zeri e di uni mi ordina gracchiando da uno speaker:

“01110000 01110010 01100101 01101101 01101001 00100000 01110110 01100101 01110010 01100100 01100101!!!”

Io mi immobilizzo prima la base del cranio con un dispositivo di ancoraggio,

poi obbedisco, e premo il bottone verde.

Sento una piccola colonna sonora di ingranaggi decomporsi nell’oscurità di fronte a me,

dalla quale esce, facendosi spazio fra fatiscenti tubature a base di eternit, una fiera di metallo,

vagamente rassomigliante ad una mantide religiosa.

Mi si avvicina incerta,

supportata a malapena da una sgangherata rotaia,

che,

fra tutti gli innumerevoli percorsi disponibili in questo piccolo lembo di spazio,

la condanna all’unico che conduce verso di me.

Si ferma, e sibilla, pervasa da convulsioni,

quella che forse è una preghiera nei miei confronti:

un inutile atto di pietà da uno schiavo ad un altro.

Poi il colore dei suoi occhi sfuma rapidamente da un azzurro rassicurante alla furia di un rosso intriso di sangue,

e dalle sue zampe si staccano e si mettano in funzione due seghe circolari;

il rumore tribale di quei dischi d’acciaio mi mette a mio agio per la prima volta,

e quando iniziano a sezionarmi, a purificarmi,

vengo inebriato dall’odore e dal sapore del mio smembramento,

mentre osservo commosso le meravigliose odissee astratte in cui si imbarcano e aggomitolano le particelle di osso,

che domano le mie lacrime come fossero rapide,

come per rimarcare la potenza creativa della loro libertà di esistere.

Un tonfo sordo si espande dal pavimento,

è la parte superiore del cranio che ha deciso di fare bangee jumping dalla mia testa senza corda di supporto,

e ora riposa per terra, divorata dalla polvere;

osservando quel recipiente perlaceo oscillare indisturbato fra fameliche tempeste di pulviscolo

mi viene da domandarmi perché non l’abbia utilizzato sin da subito come porta bon bon.

Dalla sommità del mio cervello,

ormai esposto definitivamente alla realtà,

esce sinuoso un arazzo di gas maleodorante,

tessuto da civiltà di microorganismi in putrefazione,

per inneggiare alla sciocca illusione che li ha generati:

sono sempre i sogni a deteriorarsi per primi,

le catene somatiche dell’ingenuo clan dei sapiens non contemplano l’autodeterminazione.

 

La mantide adesso sembra affamata della mia carne,

ed emette, fremendo, ingordi sbuffi di smog dai suoi tubi di scappamento,

mentre fra tremendi spasmi cerca di rimuovere il mio emisfero destro.

Riesce a toglierne una parte,

e io mi diverto a salutare quell’ammasso molliccio che una volta,

come un tumore,

faceva parte di me.

 

Tutto ad un tratto, le Tenebre.

 

Probabilmente un blackout dovuto ad un cortocircuito,

non so ancora se della centralina elettrica o di quello che rimane della mia psiche.

Sento il calore del sangue accarezzarmi lentamente,

lo percepisco scendere lungo il mio viso,

retroilluminato dallo sfarfallio acrobatico di qualche fusibile ancora in funzione,

che proietta nella stanza una sospensione variegata di luci,

un’aurora boreale a corrente alternata,

che mi ricorda lo stupore e la magia,

il retrogusto amaro del rimpianto di un natale passato in famiglia.

Grazie a quel flebile chiarore riesco ad intravedere il corpo immobile del droide chirurgico:

è accasciato su se stesso, senza vita,

in simbiosi con l’omogeneità del buio.

Dalle zampe metalliche cascano copiosi fiumi di plasma misto a detriti cerebrali;

quella musa imbrattata,

quell’ibrido temporaneo fra l’artificiale e l’organico è la cosa più bella che abbia mai visto in vita mia.

Cerco di specchiarmi nel tetro riflesso dei suoi dispositivi ottici,

ma riesco a scorgere solo un abisso stratificato di infiniti a forma esagonale,

che vibrano e ondeggiano, ricalcando simmetrie di maree oscure,

mosse da una brezza delicata,

da una peristalsi dello spazio-tempo.

Quelle membrane camaleontiche mi parlano,

bisbigliano,

tramite l’arcaica danza della loro esistenza,

dicendomi:

 

                         ” aNche

                                                      tU

sEi

                                                             quEstO

                      VUotO.”

 

 

Lentamente, in una successione di scatti, ritorna la luce;

la piccola fauna locale inizia nuovamente a scorrazzare fra le baraccopoli di rifiuti industriali,

alcuni strumenti operatori medio-borghesi invece pigramente timbrano il cartellino,

e si avviano verso casa, conditi dai loro cappelli.

Sbatto le palpebre,

confuso da una giostra di allucinazioni impressioniste,

poi mi libero del supporto per il cranio e mi alzo vacillando dalla poltrona.

Un altoparlante grassoccio grida soddisfatto:

 

” shhsf….PROCESSO INTEGRATIVO STAN ..fsssh….DARD DI LV.27 COMPLETATO CON SUCCESSO”

 

                          “No… NO!! Non è stato completato, c’è stato un black-out!

                                                             Cazzo, CAZZO!!

Posso ancora pensare….

                                …no no no, vi prego…

…non fatemi questo…

                                     …non con loro…

…dovevate liberarmi dall’avere una personalità!!

Io posso ancora,

                                                                         posso ancora immaginare…”

 

Dico ululando.

Ma è tutto inutile,

non c’è nessuno ad ascoltarmi.

 

Le luci ora perdono di nuovo di potenza,

volutamente però,

per rivelare le indicazioni fosforescenti disposte sul pavimento, che mi esortano a recarmi verso l’uscita.

Rassegnato muovo i primi passi, quando inciampo su una vecchia scatola contenente articoli per l’ufficio.

Ne tiro fuori un nastro isolante argentato,

di quello che si usa per immobilizzare gli ostaggi o tappare le perdite di plutonio,

e, raccolta la mia calotta cranica dall’oblio della polvere e riposta nuovamente al suo posto,

lo uso per incerottarmi la testa e sigillare alla meno peggio quel brodino insipido di neuroni che è il mio cervello.

Preso da un profondo senso di giustizia raccolgo dalla scatola un pennarello indelebile rosso,

lo stappo,

e ne respiro le inebrianti esalazioni da petrolio,

poi mi auto-applico uno sconto pari al 10%…

 

JaC

(Continua)

Rispondi