Non è amore, solo frammentaria gioia di vivere

illustrazione-poesia-16

Sono a bordo di un divano,

che naviga vacillante sulle onde frastagliate di un parquet di mogano,

dentro un salotto che per me è una circonvallazione spazio-temporale di ricordi.

Sto cercando di sistemare i gemelli del mio classico travestimento da persona inserita nella società,

ma questo mare ben levigato e nodoso oggi è in tempesta,

e mi impedisce di portare a termine il facile compito.

Mi reco a poppa,

dove la tenera e frizzante schiuma delle onde elettromagnetiche emanate dal televisore mi rinfresca rinvigorendomi un po’.

Debilitato dalle vertigini e dal mal di mare mi appoggio alla ringhiera di protezione,

e guardo sognante verso l’orizzonte,

godendomi il modo in cui il gioco di luci rossastre del tramonto incendia la piccola sala da pranzo,

e spinge un timido portafrutta in alluminio a goffe acrobazie per evitare di scottarsi,

inutilmente,

perché,

quando alla fine colpito,

irraggia tutta la stanza con il furore tipico di una supernova,

con il servizio da tè che applaude estasiato,

mentre assiste allo spettacolo dagli spalti di una vetrina.

 

Cerco nuovamente di sistemarmi quei maledetti gemelli,

ma niente,

non ne vogliono sapere;

anzi,

ad ogni mio ulteriore tentativo mi puniscono con un piccolo colpo di frusta alle dita:

che Dio, Han solo, Buddha, la Pizza o qualche altra congregazione di supereroi maledicano le piccole cose totalmente inutili e dispettosissime!

Cerco di affogare l’umiliazione subita dal mio povero indice con un po’ di saliva,

osservandolo però scivolo via,

trascinato dal centro di gravità di un pensiero ricorrente.

Ultimamente infatti mi capita spesso di domandarmi sulla struttura anatomica di noi piccoli esseri viventi,

di come l’esigenza di esplorare l’universo ci abbia plasmato proprio in questa esotica forma fra tutti i milioni di miliardi di combinazioni possibili;

perché al posto del malleolo non ho una proboscide gametica bioluminescente?

Perché ho dei reni e non due mini distributori automatici di chinotto?

In realtà la risposta (non) c’è, lo so bene,

ma guardandomi allo specchio a volte non posso fare a meno di sentirmi una creatura piuttosto strana,

tanto che mi verrebbe voglia di incasinarmi tutto,

di mettermi i capezzoli al posto degli occhi e riciclare gli occhi come ombelico,

di impiantare la lingua nel gomito sinistro,

di sostituire i ginocchi con delle sfere di cristallo,

di spacciare le mie orecchie come torte di compleanno,

oppure di promuovere finalmente il mio naso a pinna dorsale,

eh si,

il mio naso sarebbe proprio una gran pinna dorsale!

 

“Hei, non è che hai bisogno di una mano?”

 

Mi giro incuriosito…

 

…a interrompere il mio delirante soliloquio è stata una creatura che inizialmente non avevo notato nella stanza,

anzi, in realtà mi ricordo di averla erroneamente scambiata per un meraviglioso bassorilievo;

adesso invece si era come condensata in una dimensione superiore,

e mi guardava in attesa di una risposta,

sistemandosi i vestiti quasi infastidita dall’aver acquistato nuovamente la tridimensionalità.

 

“Per cosa?” Gli rispondo io.

 

“Per quei gemelli, sono ore che ci lotti!”

 

“Grazie mille, saresti gentilissima!”

 

Mi si avvicina timida,

senza creare il minimo spostamento d’aria;

con le sue mani poi inizia a tracciare delicati movimenti nell’etere,

come se stesse seguendo uno spartito invisibile,

e i gemelli,

ipnotizzati da quel dolce balletto,

si lasciano ora domare docili,

facendosi anche accarezzare il pancino,

mentre si esibiscono beati in una ballata country di fusa.

 

Io intanto la guardo,

gustandomi l’imperfetta grazia della simmetria del suo viso,

a tratti oscurato da una mandria di capelli ondulati,

che tracciano dinamiche processioni di spirali,

sembrando come costantemente mossi dal vento.

 

Ad osservare l’incastro etereo e distaccato delle sue movenze,

delle sue proporzioni,

sento di poter dare un senso alla mie,

sento di potermi accettare,

niente più nasi dorsali o falangi tiroidee cazzo!

 

E quando lei,

come ultimo immeritato atto di affetto,

inaspettatamente sistema gli orli della mia manica,

accarezzandoli,

come se fossero una cosa viva,

una cosa calda,

il Tempo,

come un vecchio saggio,

decide di dilatarsi in un denso infinito,

suggerendomi in un orecchio:

“questo è un momento felice.”

 

JaC

 

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