Le stratificazioni dimensionali del mio velo di Maya

COVER-POESIA-15-VERA

 

Mi sono materializzato in un bar,

uno molto piccolo, situato da qualche parte nel nostro sistema solare;

non so bene come ci sia arrivato,

ricordo solo che stavo guidando,

la strada era silenziosa e un poco bagnata dall’avvento di un’innocua pioggerella,

che aveva del tutto dissuaso la fauna selvaggia dal fare il consueto harakiri notturno,

e regalato al catrame una consistenza perlacea e appetitosa.

Arrivato ad una dritta decisi di spegnere i fari,

in modo che,

una volta messi k.o i suoi arcinemici,

la notte potesse avvolgermi,

giusto per vedere cosa si provava a sentirsi parte di qualcosa.

 

Adesso stavo guidando una gradazione di vuoto in un vuoto più grande,

con le stelle che facevano da planetario di se stesse,

e si divertivano ad inviarmi le cartoline olografiche della loro morte.

Accostai,

spensi la macchina,

poi decisi di dedicarmi una specie di serenata,

quindi accesi l’autoradio,

indispettendo non poco la batteria,

(le batterie sono individui estremamente permalosi).

La musica iniziò a fluire dolcemente nell’atmosfera,

e Il bagliore rosso elettrico del quadro,

rapito dalla sua grazia,

la invitò per un ballo,

ed iniziarono a danzare stretti come due innamorati.

Io intanto mi ero acceso una sigaretta,

come debole tentativo di mandare un segnale di fumo a una qualche imprecisata galassia.

 

Dopodiché PUF!

 

Improvvisamente mi ritrovo in questo locale,

in una dimensione alternativa,

dove i tacchi 12 e i pantaloni verde pisello con i risvoltini si sono rivoltati schiavizzando  l’umanità,

a scrivere una poesia,

che in realtà è prosa in incognito

(shhhhh, non fate saltare la copertura),

circondato da un bel po’ di sfinteri collegati ad un sistema nervoso,

che pascolano forzandosi a vivere la propria vita.

Li osservo di riflesso,

mentre si specchiano in banchi di bicchieri pescati di fresco,

che scintillano irrequieti aspettando il rigor mortis.

Mi sa che sono allergico alla realtà,

mi ha sempre infastidito osservarla direttamente,

infatti la filtro costantemente tramite qualcosa,

che sia lo schermo di un cinema o un branco di bicchieri/pesce,

come fosse un’eclisse solare perpetua.

 

Questo posto però non è male,

di certo meglio di un’ombrelleria costruita sul colon di una babbuina dismenorreica;

solo che non riesco a capire come ci sono finito.

Intendiamoci,

non è la prima volta che mi succede,

mi capita spesso di ritrovarmi scaraventato da qualche parte senza alcun preavviso,

di stare tranquillamente sbracato sul divano a gustarmi un film giapponese sull’agopuntura oculare,

per poi trovarmi un secondo dopo a lanciare spazzatura contro la polizia,

posseduto da inconsci sentimenti di anarchica alcolemia.

E’ come se utilizzassi un wormhole fra due punti distinti della mia vita,

per illudermi che essa sia un’immutabile sequenza di immagini,

per fregare quello che approssimativamente chiamiamo tempo,

che ogni frazione di secondo aumenta irreparabilmente il divario fra il ricordo che ho di me,

e come invece sono realmente.

 

Ma stranamente tutto continua ad esistere,

così mi trovo qui:

a scrivere una poesia che non è una poesia seduto in un bar,

a fumare nella notte, telegrafando la nostra esistenza all’universo,

a baciare gli spasmi del tuo corpo sudato.

 

Fuori cade la pioggia,

 

in una fresca cascata

lentamente scioglie tutto ciò che è reale.

 

JaC

 

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