La Decadente Danza di una Depressione Main Stream

POESIA-13

 Sto pranzando in una catena di montaggio,

da una piccola finestra riesco a vedere il grigio silenzio di una pioggia invernale;

dietro di me sento il laborioso brusio di ingranaggi stanchi e arrugginiti,

che ruotano, scattano, sbuffano,

emettendo ritmicamente

striduli piagnistei metallici,

stufi forse di essere ingolfati

nell’approssimazione dei nostri teneri corpi di carne.

Siamo in tantissimi qui,

a farci abbracciare dalle pareti traslucide di questa raffinata mangiatoia in stile pop art.

Tutti con le nostre nostre aspettative di vita,

tutti avvolti dalle scie chimiche delle nostre illusioni,

con cui ci ripariamo dallo spettro di un’esistenza decisa a priori.

Mi muovo,

delicatamente,

ma il centro commerciale riesce comunque

a fagocitarmi.

Non c’è riparo dalla solitudine in un posto così,

qua il dolore ha un suo centro di gravità.

Mi siedo,

davanti a me c’è un barbone,

sfoglia distrattamente un giornale,

senza leggerlo,

senz’altro un goffo tentativo di mimetizzarsi nella società che

lo ha rigettato come un bolo di stracci al retrogusto di cocco.

Attorno a lui sfrecciano stormi

di feti affetti da gigantismo,

teleguidati,

verso miraggi di risalita fiscale.

Sembrano felici,

certo,

se la felicità è

la successione in fila indiana di un numero imprecisato di zeri,

o l’artrite da scrivania che ti regalano come premio

di produzione aziendale.

Ma chi sono io per pontificare?

Io futuro barbone,

anzi futuro Re dei Barboni,

perché anche nell’autocommiserazione ci vuole un briciolo di ambizione,

cazzo,

però proprio non riesco a disilludermi dal fatto

che non siamo venuti al mondo per riempire

moduli di disoccupazione come fossero cruciverba,

per leccare il culo ai principali fornitori

di vaselina per festini massonici,

o a qualche intellettuale ammuffito il cui

quoziente intellettivo è inversamente proporzionale

alla lunghezza dei peli che ha nelle orecchie.

Perché mentre lotto e scalcio per un posto nel mondo,

mentre cerco di compensare l’afasia fra le cose che dico e quelle che faccio,

mi decompongo lentamente,

lontano da quel calore primordiale che emani,

e scivolo

verso

un’apatia

totale,

dalla quale nemmeno i riflessi gentili dei tuo occhi castani,

che splendano come maree di luce portate dal vento,

mi sapranno mai svegliare.

JaC