Industrial Beacon Of Evolution Through The Unstable Void Of Dancing Membranes

This is the 7th illustration i made for the upcoming book i’m writing: it represents one of the many space stations that eventually in a distant future will match the genes of humans in order to grown new generation of populations. (I strongly suggest to enlarge the pictures by clicking on it ;) )illustrazione libro 7 ridotta

The Glorious Organic Roots Of Pride, Blood And Toxic Wastes That Build And Chain The Shadows Of A Civilization

This is one illustration i made for a sci-fi book i’m writing, there’ll be other 19 of them, and for each illustration there would be a short story (but i guess they are like turning in something more like chapters of a whole story)!! I hope you dig guysss ;)

Ps. ( in order to “enjoy” all the details i strongly suggest to zoom the picture by clicking it!)illustrazione-3-piccola-ali

 

 

Discendere sul cordone ombelicale che ci lega alla concatenazione dell’infinito

This is an illustration called “Goreal: We Are Merging And Disintegrating Together In The Wet Net Of Our Dimension” i made for one of my poems, i hope you dig it!illustrazione libro 2

 Ecco la poesia:

 

Piovono riflessi di vita nella strada,

trascinati a terra da un fiume che scorre sempre in senso contrario.

Scorie di essenze costruiscono laboriose

momenti afflitti da una gravità soggettiva,

negativi non ancora sviluppati di un campo profughi di organismi persi e salvati dal nulla.

 

Mentre cadono,

eternamente,

alcuni di loro si trasformano e contorcono in un qualcosa di finalmente tangibile,

in qualcosa di più di un semplice foglio statico a due dimensioni:

 

E sognano occhiali di corno di demone e capelli di luce mossi da benevole mani tremanti,

si stringono nello stringere fiduciosi vagiti imbevuti di amore,

si concedono all’animalesca voglia di un’oscurità ansimante,

diventando più che semplici presenze in un manto acquoso celato d’ombra;

si tramutano nel risveglio accecante di un’emozione,

in una vibrazione che percuote l’universo con la stessa maestosità di due anomalie solitarie,

che stanche di essere solo avide divoratrici di luce,

decidono finalmente di amarsi increspando il tessuto di seta di una notte carnivora.

 

 

Le ora piccole, ora vaste gocce delle loro realtà evaporano su di me,

sulla mia pelle di inutile astronomo di esseri umani,

incurvando la mia già fragile veduta sul mondo.

 

Davanti a me,

straordinarie lingue di metallo pascolano il gregge di case aiutate dal fuoco di piombo di antichi castelli,

prima che tutto si pieghi e rivolti urlando dall’interno verso l’esterno.

 

Sotto la facciata si trova un misterioso mare di punti incandescenti,

più oscuro di un’anima bagnata di petrolio e di morte,

ma luminoso come il sorgere di tutte le albe dell’uomo.

 

Ogni bit di materia nuota, sguizza,

e si guarda trasformare in ciò che non è,

in quello che sarà ma non potrà diventare,

mentre annega e riemerge in questo oceano concavo,

che contiene ed è contenuto,

che si collega,

precipitando in stesso,

a innumerevoli citoplasmi danzanti,

ed accarezza sapori di diverse realtà,

per un solo istante,

poiché si riscoprono uguali a causa dell’onorevole seppuku di ogni dinastia di luce .

 

Da ognuna di queste metamorfiche particelle di polvere si dipanano,

come saliva,

fiamme filamentose,

ancore di materia che si aggrappano al tutto,

e sostengono l’impalcatura di questo teatro scalcinato ed immenso,

dove recitiamo a memoria le nostre solide allucinazioni,

ma anche le paure dettate dall’ignoranza della nostra consapevolezza.

 

Queste stringhe vengono suonate e percosse dal vento inesistente del tempo,

e collegano tutti noi,

tutti loro,

in un unico ammasso gelatinoso di carne, energia e dolore,

che testardo si gonfia e risplende,

respirando e sfiorando incurante la radice immortale di un’esistenza di gelido inverno.

 

JaC

Mentre Osservo Le Disomogenee Sfumature Della Realtà Fra I Dolci Riflessi Castani Dei Tuoi Occhi

This is an illustration called “The Painful Inner Call Of A Mechanical Sensibility” i made for one of my poems, i hope you like it!

ilusstrazione libro 1

Ecco la poesia:

 

Un sole incurante sta tramontando in questo minuscolo mondo vicino e lontano da tutto.

Esso è freddo ed intenso,

rosso e spumoso;

e si insinua,

comandando battaglioni di luce spinti da una bramosia chimica di potere,

fra distese di rovine immacolate,

che emergono dalla terra come scaglie di drago,

come scintillanti resti in putrefazione di ciò che rimane della nostra civiltà.

 

Annuso lo sgusciare dolce e docile delle nuvole in cielo accarezzarmi i capelli,

mentre essi si muovono ipnotici come una medusa fra i riflessi verde elettrico di flussi migratori di smog asfissiante,

fra potenti scintille elettriche,

che fanno da equilibriste,

e creano e dipingono fugaci scoppiettii di universi,

destreggiandosi fra spessi cavi di alluminio e di rame;

mentre noi,

da sotto,

recitiamo la nostra umile parte di annoiati spettatori di carne.

 

Mi trovo a respirare tramite questa dispotica bolla di quotidianità,

questo concentrato di esigenze e piccoli fenomeni fisici,

ed osservo il tempo diluirsi ed illudersi di poter divorare l’insignificante distanza,

fatta di pietra e disperate offerte pubblicitarie,

che mi separa da te.

 

Ti vedo camminare su un ventaglio asimmetrico di luce intensa,

e il sapore della tua ombra si spande fra i romantici canali costruiti dalle insenature delle mattonelle,

in cui scorrono densi e copiosi fiumi di benzina e monossido di carbonio.

 

Ogni tuo muscolo,

ogni delicato e selvaggio meccanismo  del tuo corpo si sta sforzando,

stuprando,

di celare la spaventoso desiderio di mordermi e bruciarmi l’anima.

 

Cerchi,

testarda,

di non correre verso di me,

ma il rosso perenne delle tue labbra scintilla estasiato, e i tuoi capelli danzano liberi una profumata ballata di primavera.

Ti catturo con la rete bucata dei miei sguardi,

che forse sono troppo fragili per affrontare il volgare condensato di realtà che ci circonda.

 

Attorno a noi infatti si srotola una dimensione molliccia,

in cui nuotano agili suoni di rotaie erose dal tempo,

di giorni spiegazzati che svolazzano traghettati da torrenti disumani d’indifferenza,

di riflessi di donne ancestrali, che si legano i capelli e accarezzano il seno illuminate dalla boria noiosa dei grattacieli.

 

Immersi in questo domino gelatinoso di piccole vite,

che contiene la stratificazione pietrificata di tutti i nostri cosiddetti peccati,

riusciamo finalmente a toccarci:

 

ma non ci tocchiamo davvero,

siamo comunque due corpi distanti,

due ammassi di galassie in rotazione nella giostra del nulla,

che contengano miliardi di frammenti di un puzzle indecifrabile,

intrappolato in un costante ciclo di resurrezione.

 

Riesco comunque,

in questo assurdo caos d’indeterminazione,

a sentire la calda gloria della tua vita dissetare e sciogliere il mio stupido serbatoio di oscurità;

mentre ti bacio la fronte,

mentre i tuoi seni,

orgogliosi e materni,

mi commuovano e rassicurano,

uccidendo quella maligna catena arrugginita di paura che mi trascina e comanda da sempre.

 

Con l’immagine instabile delle miei mani ti esploro,

ti sfioro in ogni cassetto segreto,

e mi arrampico sull’elegante castello d’avorio della tua spina dorsale,

passando per la scogliera affilata delle tue costole,

dove onde concentriche di sangue e piacere mi trasportano verso le mastodontiche porte rosicchiate dai secoli del tuo nucleo.

Che è un’eruzione incontrollabile di pura tenebra,

e contiene il magma insicuro di tutto ciò che sei e non vuoi farmi vedere.

 

Ti scivolo dentro,

accarezzando ogni cellula che ti ostini a definire tua,

quando in realtà veniamo entrambi da una fornace riciclata di stelle,

e siamo tenuti insieme solo da un debole flusso appiccicoso di energia invisibile:

siamo due emanazioni di organismi infinitamente più grandi e scissi a cui è stata caritatevolmente prestata l’esistenza,

e volteggiamo,

inconsapevoli,

l’uno nell’altro,

cercando di soddisfare la nostra sete di conoscenza,

e di tramandare nel vuoto vibrante un piccolo eco sporco di vita.

 

JaC

 

Il Desiderio E’ Un Cuore Fragile Pulsante Di Tenebra

This is another cyber-illustration called “The Mosaic Of Electrons That Paints The Delicacy Of A Gaze” that i made for one of my poems:immagine cyborgessa 2

Here you will find the pencils as a little extra:Schermata 2016-04-21 alle 15.18.38

Ecco la poesia:

 

Mi trovo disperso nelle delicate sinfonie di una notte,

disciolto nei pellegrinaggi ondulatori di carovane di luce provenienti dall’origine del Tutto,

da fontane di energia che bagnano ed increspano la superficie perlacea dello spazio e del tempo,

o più semplicemente dal piccolo supermercato aperto 24 ore su 24,

che prova,

emanando ritmicamente piccoli hula hop giallastri,

a non arrendersi completamente all’incantevole prepotenza dell’oscurità.

 

Mi immergo in questi sprazzi luminosi,

e noto come essi trasformino l’indeterminazione della mia ombra in qualcosa di più concreto di uno specchio di spettri;

le parti di me, colpite, divengono qualcosa di riconoscibile,

divengono una forma,

un odore,

e io mi stupisco ad osservare la curiosità dei miei occhi mentre viene truffata da l’illusione di tridimensionalità acquisita dal mio corpo.

 

Osservo il peso delle mie mani,

e assemblo la silhouette del mio volto,

come un mosaico celeste,

aiutato da un focolaio crescente di sogni, che si erige alto nel cielo butterato di stelle.

 

Esse bisticciano rumorosamente,

trasmettendosi indispettiti telegrammi di Gravità.

 

Da ognuna di loro si dipanano filamenti continui di particelle argentate,

che si intrecciano e sovrappongono all’infinito,

dipingendo nel buio una rete scintillante e appiccicosa,

che vibra melodiosa,

suonata,

sin dall’alba dei tempi,

da orchestranti invisibili,

schiavi incoscienti di un’eternità barocca.

 

Adesso provo a muovermi,

a scivolare,

fra il disciogliersi delle strade,

fra la peristalsi dei vicoli;

dove ristagnano,

concentrati in umide pozzanghere di facile appetito,

nell’oppressione secolare dei residui di una pioggia recente,

i riflessi stratificati delle realtà, passate e future, che attraversano tremando la magia di questa città,

con la stessa paura, con la stessa fame, con cui i primi uomini hanno attraversato l’impetuosità dei fiumi.

 

Sento arrivare da dietro dei passi carnivori…

 

Davanti a me si materializza un viso di pallida luce,

avvolto da una notte sinuosa di capelli soffici come i seni di una madre.

 

Nel volto luminoso si intagliano degli occhi della forma della Luna,

decorati dalla profondità di due dense pupille color nocciola.

La bocca,

rossa,

ma delicata come uno sguardo,

gioca di contrasto con la falsa innocenza di un naso nobile e beffardo.

 

Senza nemmeno accorgermene mi ritrovo ad abbracciare l’insondabile bellezza di quella creatura.

Sento il flusso speculare del nostro sangue scorrere e combattere eccitato,

sento la sinestesia delle nostre vite danzare dalle nostre viscere fino alle ramificazioni pulsanti di un’anima universale,

mentre le accarezzo la sequenza delle sue ciglia,

mentre bacio i movimenti frenetici delle sue mani,

per far sbocciare nei suoi occhi,

e nei miei,

la gemma intagliata di un’emozione.

 

Non riesco a capire cosa sia reale,

non so se lei sia solo un’allucinazione espulsa dalla fornace delle mie pulsioni,

o se io sia il miraggio sbiadito partorito dalle sue.

 

Respiro,

ma non sono sicuro di dover respirare,

mentre in alto osservo la crocifissione del vuoto;

e mi domando,

quando,

se,

in me mai lascerò esplodere l’innocuo,

feroce,

desiderio di amare.

 

JaC

 

 

L ooo P

(This is an illustration called ” Cybernetic Implants in the Deep Night of my Humanity” that i made for one of my poems. I hope you dig it! :) )illustrazione poesia TAGLIATA nera

Parte prima: Gli ingranaggi che credevano di poter svegliare la Notte

Sono stato svegliato dall’implosione notturna del mio cuore,

ovviamente lo stronzetto non è imploso veramente,

è solo uno squallido trucco che ogni notte mi fa per ricordarmi di essere al mondo.

Cerca di farmi riacquistare quell’attaccamento alla realtà che provo a perdere quotidianamente con clisteri cerebrali di:

film, libri, articoli di fisica sulla sovrapposizione quantistica di universi,

con viaggi abusivi in caffè universitari,

dove mi perdo fra autostrade di capelli castani,

abbagliato dalla sospensione dei riflessi dorati che emanano quando colpiti da costellazioni di luci ad incandescenza da 20 watt.

 

Ormai non riuscirò più addormentarmi,

quel crumiro irriconoscente del mio cuore batte ancora all’impazzata,

in più nell’oscurità si é creata un’atmosfera piuttosto piacevole;

il bagliore elettrico della Luna si è infiltrato nella stanza come un ninja,

strisciando dolcemente sulle pareti e sui contorni fino ad allora bidimensionali del mio corpo.

Mi alzo e seguo il sentiero bluastro del raggio traente sino alla finestra.

 

Edifici bohémiens si alzano timidamente verso il cielo,

disturbati dall’interferenza di una tormenta di un bianco candido:

sta nevicando.

Fuori si vedono i tetti delle case cercare di scrollarsi di dosso la neve,

mentre il fumo grigiastro che esce dai caminetti ci gioca divertito,

felice di avere trovato finalmente qualcuno a fargli compagnia.

Osservo la cascata dei fiocchi oscillare lentamente verso il suolo.

Hanno tutti una loro indipendenza, una loro traiettoria,

che rivendicano saldamente respingendo l’arancione espanso proveniente dai lampioni,

creando così una proiezione straordinaria dei loro stati di aggregazione,

in cui io intravedo cunicoli molecolari per quei mondi segreti e frenetici che fanno da colonna portante alla nostra illusione di esistenza.

 

In sottofondo noto il paesaggio sciogliersi, per trasformarsi in magia in subappalto;

mi fa tremendamente male la testa,

come se qualcosa di oscuro, da sempre incatenato nelle catacombe della mia mente, stesse improvvisamente cercando di emergere in superficie;

forse dovrei scrivere qualcosa, forse dovrei finalmente spegnere l’erogatore perpetuo del mio masochismo,

 

ma come al solito ho troppa paura.

 

 

 

Parte seconda: Avete mai visitato il backstage polveroso della nostra illusione?

La scrivania brilla di una luce innaturale e bellissima,

tranciata a metà da due diverse condensazioni della realtà.

La mia mano attraversa la striscia di luce lunare che ne delinea il confine per raggiungere il computer;

la vedo tremare quieta, affetta da quella tipica distorsione ondulatoria che si ottiene quando si immerge qualcosa sott’acqua.

Accendo il portatile,

lui allegramente mi saluta con un caloroso boot standardizzato:

i computer non sanno mai trattare con tatto la malinconia di una notte.

Mi siedo sullo sgabello scomodissimo che ho comprato per ricordarmi che il lavoro, qualunque esso sia, nobilita solo deformazioni alla spina dorsale.

Poi provo ad impormi di scrivere, ma una voce autoritaria e metallica mi dice:

“Arrenditi, accogli il Nulla: esso è liscio e immutabile.”

Sto per obbedire, perché sono un codardo, perché sono la marionetta autistica della mia solitudine.

Ma all’improvviso succede qualcosa:

una scissione, una separazione fra una parte oscura e nascosta della mia persona e il mio io cosciente.

 

Vedo espellere quella densa massa di tenebre dal mio corpo, esattamente come si spreme il dentifricio fuori dal tubetto,

essa è traslucida, viscida.

Lentamente la vedo assumere una struttura anatomica umana,

ma mi ci vuole un po’ a realizzare che in realtà sto osservando quella disgustosa aggregazione in prima persona, dal basso verso l’alto.

Quella sostanza amorfa, trasparente, quella putrida gelatina pestilenziale sono io.

 

Penso fra me e me, con una voce diversa, simile al rimbombo di un eco in una stanza vuota, ma che finalmente mi assomiglia:

“Era l’ora, non ne potevo più.”

 

Dalla mia nuova prospettiva osservo la parte del mio io ancora seduta alla scrivania.

Essa ovviamente ha rinunciato a scrivere qualcosa, e si appresta tranquillamente a guardare uno di quegli strambi porno giapponesi,

così, tanto per sentirsi in qualche modo produttiva credo.

 

Non so che fare di questa inaspettata libertà, ma la gravità della notte mi attira fuori, così prendo il cappotto ed esco fuori.

 

Uscito dal portone trovo dinanzi a me il paesaggio innevato: al tempo stesso familiare ed alienante.

Le strade, le case, la sincronia di colori delle finestre ancora illuminate, sono le stesse di sempre,

ma più sfocate e distorte, come se un’entità cosmica avesse preso questa zona di realtà e l’avesse shakerata con forza.

 

Nonostante siano le tre di notte la città è piuttosto affollata,

più che altro da traslucidi come me,

che vagano incuranti nel contrasto di ombre creato fra le tenebre e la coperta di neve che ormai avvolge ogni cosa.

Tutti sembrano (in)seguire un percorso prestabilito, come i fiocchi di neve,

e da questo strano angolo di universo posso scandagliare tutto l’insieme di infinite possibilità che percorriamo,

e da cui al tempo stesso siamo perennemente strappati via.

 

 

Parte terza: Quella porzione di tenebra che sa come accarezzarti durante una tempesta di neve

Mi insinuo nella profondità della città addormentata,

attorno a me vedo attorcigliarsi fra loro cataste di cunicoli di spazio-tempo mollicci,

scavati dalla sovrapposizione di trattorie di tutti gli individui che mi circondano/circondavano/circonderanno;

queste persone, anzi, queste ombre condensate, sembrano composte dalla totalità dei loro stati,

come se qualcuno avesse sovrapposto tutti i frame di ogni loro possibile esistenza in un singolo istante:

forse per essere qualcosa è necessario prima non essere niente.

 

Mi godo questa inaspettata sensazione di leggerezza,

e mi cullo e lascio trasportare dal flusso dei vicoli semi-disciolti dall’amalgama intermittente delle insegne dei negozi abbandonati.

Esse rendono l’asfalto in cui cammino di un’inconsistenza multicolore,

tanto che ho l’impressione di scivolare sull’eleganza di un’aurora boreale .

 

Uno di quei vecchi tram adesso si avvicina verso di me fischiando,

nelle sue finestre vedo sfrecciare via il riflesso dei palazzi che si abbracciano fra loro, presto sostituiti da una processione di visi affetti da una tristezza perlacea;

la porta a pressione vince la sua indecisione e alla fine si apre scattosa, liberando un piccolo sbuffo di aria compressa.

Da essa emerge una ragazza asiatica di un’eleganza conturbante;

viene indossata da un poncho beige, ed ha il viso semi-coperto da un vistoso cappello blu,

sotto il quale intravedo una piccola cicatrice a forma di stella all’altezza del sopracciglio destro.

Mi sfiora dolcemente la spalla con l’interminabile scia dei suoi capelli ondulati, come per invitarmi a seguirla,

 

ed io la seguo,

 

mentre l’odore del suo rossetto si imprime per sempre nel registro sconnesso dei miei desideri.

Raggiungiamo presto un angolo oscuro, illuminato solo dal rumore verdastro del fiume che scorre.

Lei si ferma su una ringhiera per osservare il riflesso irrequieto della Luna sull’acqua;

io cerco di avvicinarmi, ma prima di riuscire a toccarla scompare gradualmente, accompagnata dal rumore di passi invisibili.

 

Da sotto una mattonella sconnessa sento provenire una risatina acidula,

mi abbasso incuriosito, e trovo un piccolo topolino di campagna che si prende gioco di me all’interno dell’umida comodità della sua tana.

Ha un occhio di vetro, e indossa l’involucro usato di un sacchetto di patitine come mantello, brandendo la bacchetta usata di un fast-food cinese come alabarda;

si auto-definisce il cavaliere delle ombre, e mi chiede:

“A livello cosciente non si può essere liberi, non puoi provare o sapere tutto, di che colore hai detto che sono i tuoi occhi?”

Io sto per rispondergli che i topini impiccioni non sono mai piaciuti a nessuno, ma in me erutta un dolore intenso e liberatorio:

“Non ti vestire più di catene imposte da altri”.

 

Dopodiché mi sento risucchiare al ritroso, come se una forza misteriosa stesse riavvolgendo il nastro della mia vita, riallineando il mio io traslucido con il mio io corporeo.

 

Così mi trovo nuovamente seduto fra il chiaroscuro della mia scrivania davanti al computer,

metto subito in pausa il porno giapponese,

poi apro una nuova linea di testo e scrivo:

“Sono stato svegliato dall’implosione notturna del mio cuore…”

 

JaC

 

Rapsodia per un germoglio di amore in putrefazione

ILLUSTRAZIONE POESIA RAPSODIA

Credo di essere appena tornato da lavoro,

non ne sono tanto sicuro però:

mando sempre un’altra emanazione di me a sgobbare,

una un po’ più cordiale e innocua,

mentre io rimango a fantasticare nel mio cantuccio cerebrale preferito,

dove posso deflettere come uno scudo tutte le informazioni chimiche provenienti da quel substrato di noia e frustrazioni chiamato realtà.

Puzzo di volatile semi-arrostito e di dis-integrazione sociale,

devo essere tornato da poco;

ogni giorno assisto inerme a questo paradosso,

cerco l’approvazione di persone che odio,

con cui non ho niente in comune,

solo per sentirmi accettato da un ambiente da cui non vedo l’ora di essere vomitato fuori.

Dev’essere ancora l’infanzia che bussa,

quella ferita vecchia quasi 20 anni,

che fa da wormhole emotivo,

teletrasportandomi continuamente a quella sensazione di emarginazione e disorientamento

che provavo quando (non) giocavo con gli altri ragazzi.

 

Bah… adesso basta però,

sono di nuovo al sicuro,

fra le tenebre.

 

Mi dirigo verso il bagno,

attraversando un corridoio, una specie di tunnel;

le pareti sono composte da un esoscheletro di cristalli scarlatti,

che si muovono con grazia, sincronizzandosi al mio passaggio,

mentre catturano i raggi lunari per decomporli in un musical di colori fatti su misura.

.

Raggiungo la doccia,

apro la piccola finestra alla mia destra,

che ho sempre immaginato come un cunicolo polveroso verso una dimensione nascosta,

e faccio entrare un po’ di notte nella stanza,

saturando l’ambiente con la progressione instancabile dei Tir,

giganteschi predicatori pseudo-cristiani al neon,

con l’eco di zingarate adolescenziali in piscine di vecchi feudatari lobotomizzati,

con l’odore e l’energia di tutto ciò che esiste ed è mai esistito nell’universo.

 

MI spoglio,

quasi mi imbarazza il pensiero che la luce riflessa da mio corpo nudo e molliccio possa raggiungere qualche civiltà aliena in ascolto,

non penso che il mio alluce valgo sia il candidato migliore per fare da ambasciatore all’umanità.

Apro l’acqua,

e mi iptnotizzo  ascoltando quella miscela alternata di silenzio e flusso costante,

immaginandomi di nuovo al calduccio in una sacca di placenta e liquido amniotico.

Mi metto sotto il getto d’acqua bollente,

provando di nuovo una sensazione piacevole, accogliente;

poi una serie di gocce traslucide si scontrano con l’aggressività dei raggi cosmici,

proiettando attorno a me modelli fluorescenti di ammassi di galassie in rotazione fra loro,

dagherrotipi di buchi neri che, ormai sazi, eruttano fontane di energia,

illuminando, come fosse un tributo,

l’ultimo secondo di cielo di una stella morente.

 

Ho un po’ di nebulose violette negli occhi,

ma le risciacquo prontamente prima che inizino a bruciare,

poi mi asciugo e mi incammino verso la camera da letto.

 

Anche li apro la finestra,

è più forte di me,

sarebbe una scortesia verso l’Esistenza lasciarla fuori.

 

Dopo essermi rannicchiato sotto le coperte rimbocco con amore quel bunker antiatomico che è il mio letto,

poi mi metto a dormire.

 

Mentre la mia coscienza sprofonda sempre di più nel caldo tepore dell’indeterminazione,

sento tutto il mio essere liquefarsi,

suddividersi ed amalgamarsi in forme sempre più semplici e sfuggenti,

che si dilatano e riavvicinano fra loro come se fossero un cuore pulsante,

sorrette da un telaio indissolubile di informazioni.

E’ come se frammentassi l’insieme di sensazioni che mi compone ai minimi termini, per

potermi così infiltrare nei meandri più inaccessibili della Realtà, attraversando una portale

mistico che filtra il microscopico in modo da ribaltarlo in una gigantesca proiezione di

interazioni ad alta energia.

 

Mi trovo in questo mondo inesplorato adesso,

il cui cielo è un’autostrada monodimensionale dove si diramano e attorcigliano probabilistiche pellicole di realtà;

ologrammi, che sembrano non essere altro che soffici lungometraggi di seta nati dal tango promiscuo e feroce fra particelle luminose e nascoste.

Tutta la mia vita, tutte le vite o manifestazioni di esistenze emanate nell’eternità di questa copertina di tempo e di spazio derivano dalla danza perpetua di queste piccole divinità,

e sento, percepisco, che lo scorrere delle nostre lacrime in fiumi color porpora di amori traditi, che le palpitazioni inebrianti dei nostri cuori persi in un incrocio di sguardi,

siano le loro di illusioni,

che producono per riscaldarsi,

per allietare e giustificare il loro essere al mondo.

 

Da qui,

da questo nodo cruciale di possibilità,

cerco di sbirciare la mia piatta linea temporale,

e mi immergo all’infinito in un passato di futuri che non riesco più a ricordare:

vedo gli splendidi ammassi di stelle dispersi negli occhi verdi di mia madre brillare nel buio per l’ultima volta mentre tremando le tengo le mani,

osservo la cocciuta timidezza con cui mio padre cerca di accarezzare con lo sguardo il suo primo nipotino,

per il terrore di toccarlo,

per cercare di non contaminarlo.

 

Adesso il chiaro scuro inaspettato creato dal contatto di un seno con la frastagliata oscurità di una foresta in estate attira la mia attenzione,

e l’emanazione di me che stavo osservando passa dall’essere seduto su un tetto per ammirare gli strani colori dell’alba al trovarsi sdraiato con lei su una banchina di un porto durante una tempesta.

Mi vedo cercare di abbracciarla con una conversazione, mentre lei lascia che i suoi capelli selvaggi siano suonati dal vento;

la nebbia delle mie parole si confonde educatamente con l’emulsione violacea del tramonto,

e inizio a smontarla con la sguardo,

la mescolo e viviseziono,

la centrifugo in un caos di utopie,

per poi però sorprendermi a rimontarla,

con delicatezza,

pezzo dopo pezzo,

esattamente com’era.

 

Qua,

in questo cinema sotterraneo,

fra serate passate fra amici a cavalcare la notte ed il vino, fra cacce al tesoro, pizze e spedizioni eroiche in castelli di sabbia diroccati o in navicelle spaziali,

fra orgasmi solitari e frustranti o riflessi di amplessi in occhi vortice, avvolti e illuminati dalla magnificenza di un corpo caldo e sinuoso,

trovo l’epicentro di tutto ciò che ho avuto, di tutto ciò che ho perso,

di tutto l’amore che ho ricevuto e che sono stato in grado di dare.

 

JaC

 

Serie di sketch pre-ghesi super mandrilloni

(Here is a bunch of super fast sketch/portraits made directly by inking )

Questo è una serie di piccoli  ”sketch/ritratti” che ho fatto direttamente a china senza passaggi intermedi:eve-svam-cum-yup

PROVA-labbra-real copia

evelozzi-sbamù (Here is a series of even faster  ink sketch/portraits)

Un po’ di mandrillonaggine anche per le signorine!portrait

Qua invece troverete una serie di sketch che ho fatto gironzolando per l’Universo, specificatamente su di un piccolo pianeta non così’ blu come dicano chiamato Terra, popolato per la maggioranza da strambi umanoidi con il peculiare hobby del genocidio di massa in nome di illusorie e propagandistiche rivendicazioni religiose: come vedete mi sono concentrato esclusivamente, ineluttabilmente sulla magia fiabesca della meraviglie architettoniche:

praga-ue-bau-bauAd un certo punto, mentre cercavo di convertire il prezzo di un kiwi accelleratore di particelle ricoperto di vasellina platinata (sono di gusti estremamente difficili), da crediti centauriani in euro, ho scoperto per sbaglio una formula che permette di aprire un portale temporaneo che conduce ad un dimensione dove tutti i cavalli sono Pablo Picasso; non ho saputo resistere dal chiedere uno sketch autografato ed ecco il risultato:sketch-praga-2

 

 

Pratica di assorbimento integrativo n.4242, beneficiario: soggetto //j46Xy (Parte 1°)

mantide-poesia-1

Tutto è pronto per l’Operazione,

ogni cosa,

dal sudore freddo che mi scorre esitante sulle tempie,

ai movimenti tettonici della strumentazione sparsa sul tavolo,

è sincronizzata dalla professionalità discreta dei dispositivi di monitoraggio,

che armonizzano la discrepanza dei miei stati d’animo con un sinusoide di bip alternati.

Gli schermi dei monitor si arrampicano sulle pareti,

sorretti da rampicanti di cavi elettrici,

da depositi spontanei di transistor,

che invadono la stanza,

formando una fitta e surreale vegetazione cyber-tropicale,

fatta di metallo, plastica e cariche statiche,

fra la quale scorrazzano furtive famiglie di strumenti chirurgici zoomorfi,

che illuminano blandamente l’ambiente con il bagliore passivo emanato dai i loro piccoli occhi rossastri,

mentre dispettosi rosicchiano i fili alla disperata ricerca di rame.

 

Nell’aria si distingue solo il ronzio mantrico delle luci al neon,

che fanno da meta spirituale per i goffi pellegrinaggi aggrovigliati di generazioni di bisturi ibridati a moscerini della frutta.

Controllato da un riflesso inaspettato ne catturo rapidamente uno.

Lo tengo stretto nella mia mano,

sincronizzandomi brevemente con le profonde vibrazioni emanate dalla sua voglia di rimanere in vita.

Sentendomi un po’ in colpa gli stacco entrambe le ali,

imprigionandolo dispoticamente al mio volere:

la chirurgia sa essere una pratica estremamente crudele.

Ora allungo il braccio sinistro per prendere controllo di una videocamera,

in un impeto di narcisismo la rivolgo verso di me,

così che una mandria di particelle burocrate velocemente scorrono in fila indiana lungo un autostrada super-conduttrice,

componendo su uno schermo poco lontano il mosaico speculare del mio riflesso.

Le grottesche proporzioni di quel mio doppelgangher digitale mi danno immediatamente la nausea,

ma resisto all’esigenza di rigettare,

e mi anestetizzo localmente l’anima con il ricordo fugace di come,

pietrificando il tuo profilo in controluce rispetto al sistema solare,

riuscivi a isolarti dal mondo.

Trattenendo il respiro pratico una delicata incisione all’altezza del mio sterno,

osservo il sangue uscire svogliatamente e disporsi lungo il mio corpo sotto forma di piccole radici coagulate;

prendo un divaricatore,

e allargo e stabilizzo il solco che mi sono autoinflitto nel petto,

aprendo per la prima volta i miei confini all’ambiente esterno.

Il sosia illusorio che ho davanti emula l’intero procedimento senza troppi problemi,

e mi fa notare la valvola arrugginita che prima si nascondeva sotto la mia pelle.

La studio brevemente:

brilla di un nero opaco,

ed è maculata da atolli di ruggine sparsi qua e la,

che comunque non impediscono di intravedere la sbiadita sequenza del numero di serie.

Applicandoci una certa forza riesco ad aprirla,

e un geyser di magma nero mi erutta feroce dal torace,

facendo calare una notte di pece su tutto ciò che mi circonda.

Quel liquido denso e pestilenziale ora scende cauto lungo i muri,

disegnando,

nella sua lenta inesorabilità,

le pitture rupestri del mio odio di vivere:

vedo il rimpianto stropicciato di una lettera d’amore intrisa di sudore e timidezza,

sento i calci e i pugni di una emarginazione adolescenziale,

respiro le costellazioni di vomito generate dal tentato suicidio di mio padre.

 

Persino il mio dolore non è troppo originale.

 

Premendo con le dita sull’apposito meccanismo a scatto riesco a liberarmi dei miei inutili tratti somatici,

omologandomi,

e tornando finalmente un template vergine di essere umano.

Grazie agli occhi che ho delicatamente appoggiato sul tavolino riesco a intravedere l’accampamento di una tribù di rasoi ben affilati,

rimettendoci quasi un dito ne prendo uno,

e mentre sbraita riflessi cromatici, per maledirmi, per ritrovare la libertà,

mi rado velocemente i capelli,

rivelando un codice a barre tatuato poco al di sopra dell’orecchio destro:

quella serie asimmetrica di sbarre ora è l’unica cosa che mi identifica in questo mondo.

Alla mia destra noto uno skyline altalenante di luci assortite,

provenienti da una console di controllo semi-senziente;

mi comunica, parlando binario con un accento piuttosto bizzarro,

come continuare la procedura di “Perfezionamento Integrativo”.

Trasformando il traffico intermittente dei colori sulla tastiera in alluvioni di zeri e di uni mi ordina gracchiando da uno speaker:

“01110000 01110010 01100101 01101101 01101001 00100000 01110110 01100101 01110010 01100100 01100101!!!”

Io mi immobilizzo prima la base del cranio con un dispositivo di ancoraggio,

poi obbedisco, e premo il bottone verde.

Sento una piccola colonna sonora di ingranaggi decomporsi nell’oscurità di fronte a me,

dalla quale esce, facendosi spazio fra fatiscenti tubature a base di eternit, una fiera di metallo,

vagamente rassomigliante ad una mantide religiosa.

Mi si avvicina incerta,

supportata a malapena da una sgangherata rotaia,

che,

fra tutti gli innumerevoli percorsi disponibili in questo piccolo lembo di spazio,

la condanna all’unico che conduce verso di me.

Si ferma, e sibilla, pervasa da convulsioni,

quella che forse è una preghiera nei miei confronti:

un inutile atto di pietà da uno schiavo ad un altro.

Poi il colore dei suoi occhi sfuma rapidamente da un azzurro rassicurante alla furia di un rosso intriso di sangue,

e dalle sue zampe si staccano e si mettano in funzione due seghe circolari;

il rumore tribale di quei dischi d’acciaio mi mette a mio agio per la prima volta,

e quando iniziano a sezionarmi, a purificarmi,

vengo inebriato dall’odore e dal sapore del mio smembramento,

mentre osservo commosso le meravigliose odissee astratte in cui si imbarcano e aggomitolano le particelle di osso,

che domano le mie lacrime come fossero rapide,

come per rimarcare la potenza creativa della loro libertà di esistere.

Un tonfo sordo si espande dal pavimento,

è la parte superiore del cranio che ha deciso di fare bangee jumping dalla mia testa senza corda di supporto,

e ora riposa per terra, divorata dalla polvere;

osservando quel recipiente perlaceo oscillare indisturbato fra fameliche tempeste di pulviscolo

mi viene da domandarmi perché non l’abbia utilizzato sin da subito come porta bon bon.

Dalla sommità del mio cervello,

ormai esposto definitivamente alla realtà,

esce sinuoso un arazzo di gas maleodorante,

tessuto da civiltà di microorganismi in putrefazione,

per inneggiare alla sciocca illusione che li ha generati:

sono sempre i sogni a deteriorarsi per primi,

le catene somatiche dell’ingenuo clan dei sapiens non contemplano l’autodeterminazione.

 

La mantide adesso sembra affamata della mia carne,

ed emette, fremendo, ingordi sbuffi di smog dai suoi tubi di scappamento,

mentre fra tremendi spasmi cerca di rimuovere il mio emisfero destro.

Riesce a toglierne una parte,

e io mi diverto a salutare quell’ammasso molliccio che una volta,

come un tumore,

faceva parte di me.

 

Tutto ad un tratto, le Tenebre.

 

Probabilmente un blackout dovuto ad un cortocircuito,

non so ancora se della centralina elettrica o di quello che rimane della mia psiche.

Sento il calore del sangue accarezzarmi lentamente,

lo percepisco scendere lungo il mio viso,

retroilluminato dallo sfarfallio acrobatico di qualche fusibile ancora in funzione,

che proietta nella stanza una sospensione variegata di luci,

un’aurora boreale a corrente alternata,

che mi ricorda lo stupore e la magia,

il retrogusto amaro del rimpianto di un natale passato in famiglia.

Grazie a quel flebile chiarore riesco ad intravedere il corpo immobile del droide chirurgico:

è accasciato su se stesso, senza vita,

in simbiosi con l’omogeneità del buio.

Dalle zampe metalliche cascano copiosi fiumi di plasma misto a detriti cerebrali;

quella musa imbrattata,

quell’ibrido temporaneo fra l’artificiale e l’organico è la cosa più bella che abbia mai visto in vita mia.

Cerco di specchiarmi nel tetro riflesso dei suoi dispositivi ottici,

ma riesco a scorgere solo un abisso stratificato di infiniti a forma esagonale,

che vibrano e ondeggiano, ricalcando simmetrie di maree oscure,

mosse da una brezza delicata,

da una peristalsi dello spazio-tempo.

Quelle membrane camaleontiche mi parlano,

bisbigliano,

tramite l’arcaica danza della loro esistenza,

dicendomi:

 

                         ” aNche

                                                      tU

sEi

                                                             quEstO

                      VUotO.”

 

 

Lentamente, in una successione di scatti, ritorna la luce;

la piccola fauna locale inizia nuovamente a scorrazzare fra le baraccopoli di rifiuti industriali,

alcuni strumenti operatori medio-borghesi invece pigramente timbrano il cartellino,

e si avviano verso casa, conditi dai loro cappelli.

Sbatto le palpebre,

confuso da una giostra di allucinazioni impressioniste,

poi mi libero del supporto per il cranio e mi alzo vacillando dalla poltrona.

Un altoparlante grassoccio grida soddisfatto:

 

” shhsf….PROCESSO INTEGRATIVO STAN ..fsssh….DARD DI LV.27 COMPLETATO CON SUCCESSO”

 

                          “No… NO!! Non è stato completato, c’è stato un black-out!

                                                             Cazzo, CAZZO!!

Posso ancora pensare….

                                …no no no, vi prego…

…non fatemi questo…

                                     …non con loro…

…dovevate liberarmi dall’avere una personalità!!

Io posso ancora,

                                                                         posso ancora immaginare…”

 

Dico ululando.

Ma è tutto inutile,

non c’è nessuno ad ascoltarmi.

 

Le luci ora perdono di nuovo di potenza,

volutamente però,

per rivelare le indicazioni fosforescenti disposte sul pavimento, che mi esortano a recarmi verso l’uscita.

Rassegnato muovo i primi passi, quando inciampo su una vecchia scatola contenente articoli per l’ufficio.

Ne tiro fuori un nastro isolante argentato,

di quello che si usa per immobilizzare gli ostaggi o tappare le perdite di plutonio,

e, raccolta la mia calotta cranica dall’oblio della polvere e riposta nuovamente al suo posto,

lo uso per incerottarmi la testa e sigillare alla meno peggio quel brodino insipido di neuroni che è il mio cervello.

Preso da un profondo senso di giustizia raccolgo dalla scatola un pennarello indelebile rosso,

lo stappo,

e ne respiro le inebrianti esalazioni da petrolio,

poi mi auto-applico uno sconto pari al 10%…

 

JaC

(Continua)